Leica M8 – Una recensione autobiografica

Leica M8 – Una recensione autobiografica

Premessa storica

Prima della M8 non ho mai posseduto una telemetro, avevo solo una Leica X1. Della qualità ottica e costruttiva di questa meravigliosa compatta non si può discutere. Ciò che non mi faceva impazzire semmai  era la disposizione della ghiera dei diaframmi sulla calotta superiore assolutamente poco naturale. Poi ho compreso che quel dettaglio era stato studiato per una fotografia slow, e slow purtroppo era anche la messa a fuoco. Ma sappiamo bene che la tecnologia su quel fronte procede spedita e la trappola della fotografia digitale è proprio quella di spostare sempre più in là l’asse del gesto fotografico dal pensiero direttamente all’azione. Una naturale evoluzione cui Leica in tanti modi (forse per lo sviluppo tecnologico non proprio ipercinetico dei suoi dipartimenti) ha cercato in passato di emanciparsi. Ma i file della Leica X1 ancora oggi li guardo con una certa ammirazione e nostalgia, l’ho venduta per inutilizzo. Ma andiamo con ordine.

Di quella compatta lenta e farraginosa ma a dir poco affascinante che richiamava il design originario delle vecchie IIIf, le caratteristiche fondamentali potrei qui elencarle a memoria:

  • qualità costruttiva eccelsa
  • design minimale e curato
  • totale assenza di rumore operativo
  • piacevole grana da 800 ISO in su
  • movimento meccanico delle ghiere morbido ma perfetto al tempo stesso
  • Elmarit 24mm f2.8 nitido, luminoso, tridimensionale un vero Elmarit insomma
  • sensore aps-c Bayer vecchia scuola che non tradisce mai
  • pratica da portare ovunque
  • file raw dng molto semplici da lavorare
  • flash incorporato molto discreto e con interessanti modalità
  • jpg ooc molto buoni, specie i monocromatici
  • mirino esterno ottico splendido ma opzionale
  • display lcd sufficiente
  • messa a fuoco lenta
  • durata della batteria sufficiente per 200 scatti
  • impossibilità di scattare unicamente in dng (solo dng + jpg) aumentando il lag di scrittura
  • niente video

La Fuji X100 la superava sulla carta in quasi tutte le specifiche tecniche, ma l’ottica fujinon 23mm f2 non è mai arrivata a quella perfezione dell’Elmarit.

Il problema

Per sessioni di scatto continuativo e lavori impegnativi in giro utilizzavo la Fuji X-Pro1 che tutt’ora possiedo e ritengo una delle macchine fotografiche più riuscite degli ultimi tempi. Lo stesso per la X100 che avevo prima di scoprire la strepitosa qualità ottica della X1. Un periodo di acquisti molto concitato, ero convinto che un attrezzo adeguato mi aiutasse ad uscire dal nulla della mia street photography (ed ovviamente mi sbagliavo).

Poi sono andato alla radice del problema, ho cominciato a studiare seriamente la storia della fotografia a riprendere in mano libri d’arte figurativa, frequentare gallerie, conoscere fotografi e imparare dalla loro routine.  Mi ero affezionato a talune opere ed in qualche caso alle biografie di alcuni autori. Tutto questo processo sommato al genetico interesse per la lettura ha cominciato a condurmi a quella che io chiamo la strada della salvezza. La liberazione dai preconcetti legati al mondo della fotografia, dai tecnicismi, dalle discussioni. Seguire la parabola del progresso tecnologico non aveva più senso alcuno, facevo solo brutte foto. Foto inutili, trascurabili. Cercavo la foto definitiva, bella, che stupisse ma non avevo compreso quanto quella ricerca fosse assolutamente sterile, non richiesta, ridondante quasi ridicola.

Il problema ero io, non sapevo esattamente il motivo per cui fotografavo. Ma avevo perfettamente compreso che nel gesto ossessivo dello scatto vi era la forza di cambiare le cose, di cercare una soluzione, di uscire da una vita che forse non sentivo di riuscire a condividere con nessuno. Lo scatto doveva isolare idealmente un istante per renderlo infinito, un istante che racchiudesse il mio modo di vedere. Un ri-scatto esistenziale.

Ho cominciato a ricostruirmi, a rifondare la mia vita intellettuale e non, a darmi delle priorità anche come uomo. Un processo lungo ma naturale ed ancora in corso. In quel periodo scattavo pochissimo, alternavo momenti di lucidità fotografica ad altri di vecchi errori, ma il tutto veniva fatto con serena consapevolezza.

Viene da sè la riflessione sulla natura stessa del fotografare e sulla portata del ruolo del fotografo.
Un fotografo non può essere un uomo superficiale e disattento alla questioni fondamentali della vita.
Un fotografo si pone delle domande, risolve dei problemi e la sua fotografia è sempre un tentativo di risposta.

La fotografia è un’ossessione che porta a condividere queste risposte con chiunque sia in grado coglierla.
La fotografia non appartiene ontologicamente alla perfezione, la fotografia è una pratica sintesi di estetica e di etica. Non è arte, essa ha a che fare solo con la realtà fisica ed è solamente una manipolazione dell’esistente.

Nasce tutto da un’idea, dal ragionamento. E non viceversa, né tantomeno dal mezzo a disposizione.

Ci sono mezzi fotografici che il ragionamento lo aiutano eccome, non lo semplificano, ma si possono trovare in sintonia. Una macchina superveloce adatta per la fotografia professionale sportiva ad esempio utilizzata in un contesto di fotografia riflessiva tenderà a favorire una propensione allo scatto facile più nervoso, meno ragionato. Questo a grandi linee. Ed è in effetti vero il contrario, un sistema a telemetro calato in un contesto di fotografia veloce diventerebbe ostacolante e poco produttivo.

La storia della telemetro Leica si identifica direttamente con la nascita della fotografia 35mm, quella portatile, quella per tutti (paradosso sia stata introdotta da Leica),ed è una storia mitica e famigerata. Il prestigio di una telemetro anche digitale è sempre legato al carattere di esclusività, di appartenenza ad una ristretta cerchia di utilizzatori, tutti buoni motivi per fra crollare il castello di carte della nuova consapevolezza del gesto fotografico. Uno status symbol, un un must-have borghesissimo.

Anche nel caso di Leica non ho avuto preconcetti di nessun tipo, sapevo che sarebbe costata uno sproposito. ho evitato la spesa incompatibile con la mia busta paga e mi sono buttato su di un usato economico.

Caso ha voluto che si trattasse della M8, un apparecchio davvero molto particolare, con una nascita controversa ed una storia evolutiva molto sofferta.

 

 

 

Scheda tecnica

Fotocamera digitale a sistema con mirino/telemetro con obiettivi Leica M.

Corpo fotocamera Costruzione interamente metallica a struttura chiusa in lega di magnesio ad alta stabilità. Rivestimenti in similpelle nera. Calotta superiore e base ottenute per lavorazione in ottone.

Dimensioni (L x A x P) 138,6 x 80,2 x 36,9 mm
Peso (senza batteria) Circa 545 g

Altre specifiche: Leica M8 caratteristiche tecniche (pdf, 129kb)

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