Un anno con la X-pro2 e altre cose riguardo la fotografia

Avverto subito il lettore che questa storia non ha necessariamente una conclusione didascalica, una chiosa suggestiva, né tantomeno si tratta di una recensione approfondita e corredata dalla tabellina con i pro e i contro l’acquisto.
E’ semplicemente una storia che potrebbe riguardare chi pensa di provare la Fujifilm X-Pro2, oppure una storia e basta che riguarda tutti.

Dunque.. il mio anno con X-Pro2.

Un anno fotografico che volge al termine ma ancora non concluso. Proprio in questo giorni sto preparando un’ultima avventura e sto gettando le basi per un nuovo pro-getto che sarà certamente uno dei più ambiziosi finora immaginati.

Partiamo dall’inizio, a metà gennaio il corriere mi recapita a casa un pacco con la X-Pro2. Provenivo, e tutt’ora giace da qualche parte, dalla X-Pro1, un mito di macchina. Nemmeno apro il pacco la sera stessa, ero innamorato di un’altra. La Leica Q provata qualche tempo prima mi aveva catturato, come me moltissimi altri piuttosto scettici riguardo le uscite digitali Leica. Ma parlimone dopo, quasi alla fine. Sì perchè poi una comparazione in quest’analisi ci deve essere e proprio tra queste due fotocamere.

Piuttosto sarebbe da far un passo leggemermente indietro nel tempo. Partiamo dalle macchine fotografiche della vita, quelle che ti segnano e che comunque sono lì sempre presenti qunado servono.

Ai tempi di questa.

Prima di tutto lei, la mia Leica M8.

Con Leica l’amore è sbocciato già parecchi anni fa quando acquistai una M8 usata. Amore a prima vista, ancora oggi capita che la ritraggo come un’amante al calar del sole. La uso sempre meno ma credo più per rispetto verso un’anziana signora che per motivi di reale opportunità.

Posso affermare senza vergogna che da quando ho provato per la prima volta una Leica M ho capito che cosa fosse la fotografia per me. Ci sarebbe da vergognarsi per questa affermazione? Beh, solitamente sì — rispondo io — so che davvero non è e non sarà mai un mezzo meccanico/elettronico che per magia crea i pressupposti per la creazione fotografica.

Non lo sarà mai, no no. Detto questo con una telemetro digitale con sensore digitale Kodak CCD, APS-H fattore crop x1.33, 10 mpx, ISO da 160 a 2500, tempi fino ad un 1/8000, un display LCD da 2.5″ con 230,000 px, per i precisi questa macchina ha aperto un cratere nel cuore di aspirante fotografo reporter/ritrattista.

La messa a fuoco telemetrica è uno strumento portentoso per chi voglia spingere al massimo sul versante umanistico del proprio lavoro fotografico. Catturare l’essenza di un rapporto umano tra soggetto e fotografo, quando il fotografo non perde di vista il proprio soggetto anche fuori dall’inquadratura, quando proprio il soggetto si sente in sintonia con l’occhio di chi vuol rubargli l’anima. Quella messa a fuoco così rudimentale, così archetipica, silenziosa e precisa, quel gesto è il motore di tutto il fascino Leica. E’ la vera risposta del perchè con queste macchine le foto risultano un’altra cosa.

Il “maestro” Corrado Assenza.

Distruggere i miti

Una strada impervia quella della fotografia punta e scatta con Leica, per fare street — genere e termine che ho imparato ad odiare — armarsi di pazienza conoscere la scala metrica dell’obiettivo, la messa a fuoco a stima, l’iperfocale ovviamente. Scatti e pensi di creare come Cartier-Bresson o Mary Ellen Mark, lo dico subito: a me la street non piace, anzi odio la street. Non è ben supportata, troppe regole scritte e non scritte, troppe limitazioni, troppo spazio all’ego di chi scatta, troppe foto, troppe foto in bianco e nero, troppe persone di spalle, troppi clichè, nessuna progettualità, troppa improvvisazione, troppe ombre, troppi mendicanti, troppe scenette, troppo facile, troppi grandangoli, troppi zoom. Non ne posso più della mia street e della street degli altri, anche di quelli bravi. Quando vedo quelle foto penso ad Holden e al suo disgusto per i preti.

“Se proprio volete saperlo, non posso nemmeno sopportare i preti. Di quelli che ho visto in tutte le scuole dove sono andato, non ce n’è uno che quando attacca il sermone non tiri fuori quella voce da curato. Dio, quanto m’è odioso. Non capisco perché diavolo non debbano parlare con la loro voce naturale. Hanno un tono così fasullo, basta che aprano bocca.”

Passi di: Jerome D. Salinger. “Il Giovane Holden”. iBooks.

Beh ecco questo è quello che penso di chi fa street ed ha il coraggio di mostrarci il suo lavoro, e soprattutto di chi insegna a far street. Terribili.

Al tempo della Leica M8 ho voluto capire qualcosa, qualcosa di più profondo di un’abitudine, di una necessità superficiale e condivisibile, ho voluto capire qualcosa di me stesso.

Edvige Lonero, artista.

Digressione infantile

Fin da piccolo a cavallo tra anni 70–80 gli amici appassionati di mio padre parlavano tra loro di reflex giapponesi, zoom, filtri e sviluppo, ancor prima che di fotografia. Giravano già allora per casa delle stampe raffiguranti fiori staccati dallo sfondo, ritratti casalinghi e prove di fotografia al buio con candele delle torte di compleanno. Insomma la fotografia amatoriale è sempre stata questo. Una roba da nerd. Non lamentiamoci allora che i social siano pieni di questa ammasso di immagini, in passato l’aggravante era che si spendevano soldi anche per lo sviluppo!

Chi aveva un visione della fotografia normalemte non si autodefiniva fotografo ed ecco un altro ricordo. Cetara, l’anno dovrebbe essere quello dei mundial (1982 sic!), mio padre comprò un paio di album di plastica 10*15 , foto sviluppate in casa. Colori smorti. L’autore un poeta locale, forse. Quel materiale mi ha cambiato la vita. Erano rappresentati i vicoli del paese, vuoti, deserti, colori tendenti all’azzurrino. L’inquadratura era di un 35mm, forse un 50mm. Delle foto normali, senza pretese artistiche. Una documentazione scarna ma precisa dell’anima del paese. Qualcuna nemmeno perfettamente a fuoco, esposizione perfetta sempre uniforme. Il che mi ha fatto dedurre che il poeta non era nemmeno troppo appassionato di fotografia e sperimentazione, l’autore avrà utilizzato i primi automatismi. Ma quelle foto, quelle foto le ricordo ancora, le vorrei rivedere ma non le ritrovo.

Quando imbraccio una macchina fotografica cerco quelle foto, le ho perfettamente scolpite nella memoria. Uso parecchi automatismi, odio lo stacco drammatico dei piani, non sopporto la rappresentazione esagerata della realtà, i super grandangoli, le linee storte. Vorrei essere io quel poeta che in un giorno bigio invece di scrivere è uscito di casa presto la mattina e ha scattato due rullini di pellicola a colori. Chissà a cosa pensava, qual’era il suo stato d’animo. Di certo quelle foto parlano di una gran consapevolezza. La conoscenza dell’essenziale, l’amore per le cose semplici, il minimalismo, la composizione, il senso dello spazio. Una visione fotografica precisa, senza sbavature, senza incertezze.

Da qui si riparte con una rinnovata voglia di raccontare, comunicare e trasmettere l’urgenza di catturare la realtà. Questa vita è reale, forse prevedibile ma d’improvviso tutto cambia. Cetara non è più quel paese vuoto e se vogliamo etereo di quelle foto, ma io rivedo una grande anima che muta continuamente che richiama i sopravvissuti di quei tempi andati.

E poi arriva Andrea. Facciamo insieme un libro sulla sua famiglia, un racconto prevalentemente fotografico.

Eccolo.

E molto altro..

E torniamo alla Leica Q, l’ho comprata.

e molto altro..

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