Born in the 70’s, nato nel 1971.
Bambino negli anni ’70, tenenager negli anni ’80.
La colonna sonora della mia vita è iniziata ascoltando la radio.
Ho sempre ammirato, osservato e studiato quelli più grandi di me. Ero il classico ragazzino che si aggregava a quelli più grandi. Ascoltavo la loro musica quindi. All’inizio erano i classici, i classici del rock anni ’70. Van halen I, Wish you were here. Poi la radio ha iniziato a suonare la discomusic, la black e il pop inglese. E poi le diverse tendenze.
Le prime uscite in discoteca la domenica pomeriggio, quella mezz’ora di indie rock alla fine del dj set. Sunday bloody sunday. Al principe azzurro.
L’inizio di una vita in strada, le panchine di via Avrese, il parchetto, le piazze e le macchine. Le macchine di quelli più grandi in cui potevamo ascoltare la musica e rifugiarci.
Poi è arrivata la botta dell’Inghilterra. Un amico più grande di 5 anni che prende e va a Londra e comincia a tornare indietro con un mucchio di musica.
Nell’estetica degli anni ’70 c’era qualcosa che non mi tornava, qualcosa che non era in linea con i miei gusti. Avevo un background legato a quelle garage band locali, legato al workwear, legato ad un contesto sempre di ricerca. Nella mia testa l’estetica un po’ hippie, così.. non mi tornava.
Ed ecco che ad un certo punto dalla radio comincia ad arrivare un suono diverso. Ma più che un suono, era un’attitudine che suonava. Perché il punk era già stato contaminato.
La musica la ascoltavi per radio, oppure potevi anche provare a farla. Leo aveva vinto un vero stereo hifi con il lettore cd e comprammo subito sandinista. In camera sua si poteva sempre ascoltare musica a volume sala prove. Non esisteva ancora il concetto di sala prova condivisa, esistevano le cantine, esistevano le salette, esistevano i garage. E lì basso, chitarra, batteria cominciavi a provare. A provare molto spesso facendo cover dei gruppi che amavi. Questa cosa attirava un casino l’attenzione della gente. Gli amici, gli amici degli amici che venivano ad ascoltarti.
Quando volevi mettere in piedi una band, un complesso e ti mancava qualche elemento, mettevi un’inserzione generalmente in un negozio di dischi. CERCASI BATTERISTA, CERCASI BASSISTA. CERCASI CANTANTE, un classico.
Sia gli anni ’70 che gli anni ’80 non sono stati periodi facili, è vero venivamo dal boom economico. Eravamo la generazione figlia dei figli del dopoguerra. I margini di miglioramento nella testa dei nostri genitori erano ampi. Immaginavano che noi avremmo avuto una vita più facile confronto alla loro. Potersi permettere di fare una famiglia, di comprare una casa. Con un po’ più di serenità.
Violenza e aggressività sono sempre state presenti anche in quel mondo apparentemente felice. Da quando giocavi nei cortili a quando giravi per strada e incontravi gruppi di ragazzi di altri quartieri o quando a scuola appena arrivato avevi a che fare con quelli più grandi.
Era una sorta di ricerca di supremazia, territoriale e identitaria. Quell’istinto maschio che ti fa diventare un po’ coglione.
Poi cominciarono ad arrivare film iconici come quadrophenia, come i guerrieri della notte. Dove viene definito il profilo identitario delle bande giovanili. E allora tu da ragazzino guardi questi fenomeni e capisci che cresci ed esci in strada per combattere una tua battaglia.
Una tua battaglia all’interno di una guerra di cui non sai neanche il perché. Ma quello era il contesto in quel periodo, stavamo vivendo la coda di un periodo di estrema violenza. Voglia di rivoluzione da una parte, di cambiamento contrapposta ad una voglia di tornare indietro ad un passato che non aveva più senso di essere.
Gente all’incirca di vent’anni che passava dai fumetti alle P38. Che poteva guardare in faccia un proprio coetaneo e spaccargli la testa con una chiave inglese. Questa violenza non era un difetto di fabbrica di una generazione. Ma era legata ad un’eredità, da una guerra di liberazione che è stata anche una guerra civile. La colonna sonora di quegli anni vedeva due attitudini contrapposte. Il mondo delle musica rock con i grandi concerti dal vivo e il mondo delle disco. Un mondo che a mio avviso è sempre stato un po’ penalizzato nel giudizio. Era considerata musica leggera, di intrattenimento, senza un peso specifico. Ma in verità tutti da una parte e dall’altra cercavano aggregazione e cercavano di evadere. Con la musica, con le sostanze con l’identità, con lo stile.
Tutti cercano codici per definire il loro profilo e la loro uniforme.
Nella new wave di fine anni ’70 e ’80 c’era di tutto e il contrario di tutto. Questo è il messaggio che è rimasto nel mio dna.
Gli spazi occupati cominciarono a diventare un’alternativa alla strada ed ai locali di moda. Non ci sembrava vero poter ascoltare e condividere la nostra musica, al riparo da tutti i pericoli che in un certo qual modo vivevamo come “minoranza culturale” nella città. E proprio in un uno di questi posti, al Pedro, ascoltammo per la prima volta la versione originale di Armagideon time. Conoscevamo la versione dei Clash, ma questa era la hit reggae originale di Willie Williams.
Attitudine punk e vibrazione reggae, avevamo trovato la formula.
Molti dei gruppi che amavamo come i Clash, Stiff lite fingers, Specials mescolavano cultura bianca e cultura nera. Suono bianco e suono nero. Ecco così è nata la nostra identità musicale, quindi culturale.
Questi suoni ormai, passata la new wave non li ascoltavi più per radio. Dovevi metterti a cercare. Per approfondire la tua cultura ed il tuo sapere. Questa ricerca la facevi parlando con quelli più grandi e nei negozi di dischi. Dove i commessi in base alla tua fedeltà nel comprare i dischi ti passavano dischi nuovi e ti trasmettevano un know-how. Che era fatto di cultura, inerente alla storia ed alle condizioni sociali ed al perché tutto questo accadeva.
Verona era porta dell’europa dopo milano, e passavano un casino di gruppi italiani, inglesi, americani.
Primo concerto da solo, ragazzino in mezzo ai grandi. Ritorno di notte in treno regionale e vedo ragazzi vestiti con giubbetti di pelle, dr.martens, magliette con stencil e sneakers borchiate.
Dalla città ci si sposta in provincia, nuovi amici, trovati a scuola. Gente con cui ti trovavi per attitudine, per diversità perché ascoltavi lo stesso suono. Cercavi le stesse cose. Nuovi amici e nuova vita. Qui cominciavamo ad innamorarci di band locali, cittadine. Concerto dopo concerto inseguiamo i nostri eroi. Era un continuo spostarsi con queste macchine. Noi sotto il palco e loro sopra il palco con noi. Quelli che erano i nostri local heroes diventano piano piano nostri amici.
Non avevamo mai sposato il claim no future, piuttosto avevamo voglia di creare un futuro nostro.
Se non puoi cambiare il mondo, cerchi di cambiare il tuo mondo.
Nello scorrere del tempo c’è sempre stata un’alternanza di periodi di crisi, di rinascita e di sbronza. Buio e luce, momenti in cui tutto sembra perduto e momenti in cui hai la sensazione, l’energia e la voglia di cambiare. Di cambiare il tuo futuro. La storia si ripropone ciclicamente, ma con una diversa narrazione, in uno scenario differente.
Anche in questo momento difficile, in fondo arriviamo da una sbornia. Come non biasimare quei giovani che oggi non pensano che ci sarà un domani migliore?
Ma in questa continua lotta nel quotidiano, tra l’oggi e il domani, tra quello che ho e quello che potrei avere e quello che posso perdere, quale potrebbe essere la formula, quale può essere il percorso?
Ora sembra che l’attitudine alla ribellione, a rompere gli schemi sia perfettamente allineata col mercato.
Sicuramente i ribelli di oggi hanno rotto un muro. Muro che divideva il basso con l’alto. Tra l’underground ed il mainstream. Ma quale riflessione, consapevolezza c’è dietro questi gesti?
Quanta autonomia e quanta influenza dello stesso mercato c’è nella loro attitudine?
Ancora una volta torniamo a ripartire come dall’inizio.
Speriamo che da questo momento di crisi planetario venga fuori qualcosa di nuovo, una risposta consapevole, e poi vai a capire di cosa. Noi non possiamo dimenticare da dove arriviamo, la strada che abbiamo fatto.
Ogni epoca ha la propria narrazione, ma noi pensiamo di avere bisogno di tornare alla vecchia attitudine.

















 

 

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